Cari sacerdoti, parlateci di Dio anziché di politica

Troppo spesso i sacerdoti parlano più di politica che non di Dio.

Sarebbe bello, o forse utopistico, che i sacerdoti iniziassero a parlaci di Dio, del significato della vita e della morte. Perché cosa siamo, noi umani, se non delle valigie in aeroporto, in attesa della chiamata? E sarebbe meraviglioso poter capire quanto immenso sia il Paradiso e quanto sconvolgente la dannazione eterna. Una dannazione che inizia qui, su questa terra. Laddove non vediamo il nostro prossimo, che inizia dal nostro familiare e vicino di casa.

Ma il paradiso può iniziare già su questa terra. Sfatando il tabù della morte, aprendoci al messaggio più autentico del Vangelo. Aprendoci alla speranza autentica, quella che parla di un corpo che marcisce e di un’anima immortale, che vive in eterno. Una separazione fisica che non intacca quella spirituale. Anzi, ci apre ad una prospettiva innovativa, come l’idea di poter risorgere. Concetti che andrebbero impressi nella mente di chi soffre, come gli ammalati o chi ha subito un grave lutto. Convincerli che la sofferenza attuale è nulla confronto alla grandiosità che aspetta loro o i propri cari. Una certezza che dona consolazione a chi è meno fortunato.

Se, come detto, si può vivere già su questa terra un paradiso e un inferno, l’esempio che danno i sacerdoti non sempre sono positivi. E a volte certi possono far vergognare d’essere cattolici. Se spendessero la metà delle loro energie a dar battaglia per una Chiesa più santa, come fanno nei confronti della politica italiana, forse la Chiesa non sarebbe quel covo di contraddizioni e museo delle cere al quale si è ridotta.

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